La Cantatrice Calva, Eugène Ionesco

Immagine di La cantatrice calvaTra gli anni ’40 e ’60, si sviluppa un particolare genere teatrale che sarà definito Teatro dell’assurdo o Nuovo Teatro, i cui esponenti principali sono Artur Adamov, Samuel Beckett e Eugène Ionesco.
"La Cantatrice Calva", prima opera di Ionesco, datata 1950, è, insieme a La grande e la piccola manovra (1950) di Adamov e Aspettando Godot (1952) di Beckett uno dei principali testi del Nuovo Teatro.
L’ispirazione per "La Cantatrice Calva" venne ad Ionesco durante gli studi di "lingua inglese". Rumeno di nascita, francese di adozione, Ionesco decise di imparare l’inglese usando un manuale di conversazione. Lo colpì la banalità delle frasi in esso contenute: "il sole splende", "i mesi sono dodici", "il tetto è rosso".
L’anticommedia – come Ionesco stesso la definisce -, in lingua francese, consiste nella trasposizione teatrale di un normalissimo giorno in una normalissima casa molto inglese e molto borghese. Le battute sono esasperate dall’uso frequente di frasi fatte, battute di dialogo che contrastano tra loro, luoghi comuni.
I protagonisti sono i coniugi Smith, i coniugi Martin, la cameriera Mary e il pompiere.
Il copione, diviso in undici scene, non può essere spiegato, va letto. E’ geniale, singolare, assurdo, “fuori da ogni schema”.
Nella scena prima, ad esempio, il signore e la signora Smith dialogano. Le loro battute sembrano frasi estrapolate da un libro di conversazione di lingua straniera. I discorsi sono assurdi, contraddittori.

Signor Smith      Per fortuna non hanno figli.
Signora Smith     Non ci sarebbe mancato che questo! Figli! Povera donna, che cosa ne avrebbe fatto?
Signor Smith       E’ ancora giovane. Può benissimo risposarsi. Il lutto le sta così bene.
Signora Smith     Ma chi si prenderà cura dei figli? Lo sai che hanno un bambino e una bambina. Come si chiamano?

Nella scena quarta, invece, i personaggi sono gli ospiti degli Smith, i coniugi Martin. Ionesco da una precisa indicazione sulle modalità di recitazione: “voce strascicata, monotona, un poco cantante e assolutamente priva di sfumature”.
Il risultato è un dialogo piatto, portato avanti da due individui con una capacità di emozionarsi pari a quella di un manichino in vetrina.
Nella scena settima le due coppie parlano per luoghi comuni. La signora Martin racconta un episodio: una cosa inverosimile a cui ha assistito. In realtà, è una cosa banalissima, ma il contrasto con le reazioni esagerate rende il quadro ancora più grottesco.
L’ultima scena è un susseguirsi di frasi impostate, banali, sconnesse. Ognuno dice qualcosa, ma non è che quel qualcosa si connette al qualcosa detto da qualcun altro. E’ delirio allo stato puro. E alla fine tutti urlano, e si parlano sopra l’un l’altro e il caos regna sovrano, mentre le luci si spengono e tutto ricomincia da capo, in un ciclico ripetersi degli eventi, dove la quotidianità della vita e l’assurdità si mescolano in un quadro dalle tonalità indistinte.


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