L’archeologo, di Arthur Phillips

L’archeologo, di Arthur PhillipsL'archeologo di Arthur Phillips
Traduttore: Annalisa Garavaglia
Editore: Rizzoli Genere: Narrativa
Pagine: 450
ISBN: 9788817003841
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Il nostro voto: four-stars

Egitto 1922: Ralph Trilipush, archeologo, sta cercando la tomba di Atum-hadu, faraone fino ad allora sconosciuto. Intanto, poco lontano, Howard Carter sta per aprire la tomba di un faraone di nessun rilievo, Tutankhamon. Sydney 1954: Harold Ferrell, un investigatore privato in pensione, riceve la lettera di un giovane che vuole conoscere alcuni aspetti oscuri del passato di sua zia, morta da poco. Ferrell comincia a raccontargli di quando, mentre era sulle tracce di un giovane australiano, Paul Caldwell, figlio naturale di un ricchissimo inglese, si era convinto che Paul fosse stato ucciso insieme a un commilitone in Egitto, durante la prima guerra mondiale, proprio dal fidanzato di sua zia, Ralph Trilipush...

L’archeologo, di Arthur Phillips, a prima vista non è un romanzo molto semplice da affrontare. Ci troviamo di fronte a due filoni narrativi: da una parte il giovane Ralph M. Trilipush, che tiene un diario delle sue scoperte archeologiche in Egitto, e dall’altro l’investigatore Harold Ferrel, che per svariati motivi che scopriremo solo nel corso del romanzo si trova a scrivere lettere in cui riassume la vicenda che lo vide innamorarsi della promessa sposa di Ralph, su cui era stato incaricato di indagare.

Ci sono diversi momenti, nel corso della narrazione, in cui si fatica a credere che i due personaggi stiano parlando della stessa vicenda. Ralph è un personaggio convincente, anche per il lettore: è fissato con l’idea di trovare la tomba di Athum-Adu, un faraone della tredicesima dinastia di cui non è mai stato scoperto il luogo di sepoltura. Il suo è un diario archeologico, che inizia con la necessità di trovare dei finanziatori, di convincerli della bontà dell’impresa, e che continua in Egitto, dove Ralph giunge per trovarsi di fronte a tutta una serie di difficoltà che comunque non lo scoraggiano; e spesso ci si trova a parteggiare per questo giovane amante dell’antichità che si trova a dover fare conti su conti perché i suoi finanziatori non riescono a capire che l’archeologia non permette di diventare ricchi e subito. Ralph riempie il suo diario di tutto, si prepara persino al libro che scriverà dopo la sua scoperta; e leggiamo anche le lettere che scrive alla sua fidanzata, leggiamo del suo amore soprattutto per questo fantomatico faraone in cui nessuno crede, ma che lui è assolutamente certo di trovare. Il suo diario è pieno di disegni, di geroglifici, di ricostruzioni, di ipotesi, e per me che sono stata sempre affascinata dall’archeologia è stata la parte più interessante del romanzo.

Viceversa, la vicenda raccontata da Harold è così diversa che si fatica a credere che sia la stessa, come vi dicevo, anzi; ci sono stati dei momenti in cui ho pensato che in realtà Harold sostenesse certe cose perché si era innamorato della fidanzata di Ralph. Ed è qui che, secondo me, l’abilità dell’autore diventa lampante. Se gestire due filoni narrativi diversi, ma che convergono, non è del tutto semplice – perché ci sono cose che paiono non combaciare, ma che devono combaciare per forza – il riuscire a farlo con due filoni raccontati in prima persona forse lo è ancora di più, visto tutto quello che l’utilizzo della prima persona implica. Una differenza di vicende e punti di vista così abissale confonde, e fa schierare il lettore: quando diventa chiaro che uno dei due sta mentendo, è quasi naturale schierarsi con chi ci sembra più sincero, e nel contempo cercare di capire dove stia la crepa nel racconto dell’altro. Qualcosa deve pure svelarci chi mente e chi non lo fa, giusto? E quindi si è naturalmente portati anche a diventare lettori più attenti, a cercare di carpire il minimo dettaglio che possa spingerci a scoprire la verità.

Oltre a tutto questo, la particolare abilità dell’autore sta nel mantenere stili ben distinti per le parti riguardanti i due diversi personaggi, e nell’equilibrio che sa usare per alternare le vicende egiziane a quelle del “presente”. La narrazione è anche estremamente realistica: c’è una scena in cui Ralph, ostacolato nella sua ricerca dalle autorità e dalla mancanza di fondi, costretto a servirsi di tizi poco raccomandabili per i suoi scavi, viene a sapere che poco lontano dal luogo in cui si trova Carter ha appena riportato alla luce la tomba di Tutankhamon, una delle scoperte archeologiche più importanti del secolo. Fa quasi tenerezza quando si avvicina per salutare il collega, congratularsi per la sua scoperta, e vede il dispiegamento di forze che circonda Carter e lo paragona alla sua squadra, formata essenzialmente da persone trovate a casaccio, più interessate ai tesori promessi che alla storia della tomba. Devo dire che nel tracciare il personaggio di Ralph l’autore ha fatto un lavoro fenomenale, soprattutto se si considera poi come andrà a finire tutta la storia.

Già, il finale. Ho letto diverse recensioni su questo romanzo, che desideravo leggere da tempo, e alcuni commenti sottolineavano il fatto che il finale fosse incomprensibile e oscuro. In realtà non credo che sia così, per nulla. Il finale è chiarissimo, basta tirare le fila dei dettagli – ve lo ricordate, quando vi ho detto che si fa più attenzione per smascherare il bugiardo? – e andare un pochino oltre rispetto a quello che leggiamo. Poco alla volta ci diventa chiaro che cosa sta succedendo e perché, e capiamo chi era il bugiardo, chi invece era nel giusto, e riusciamo a ricomporre un quadro che ci lascia sì spiazzati, ma per la genialità con cui tutta la vicenda è stata raccontata.

L’archeologo è un romanzo che ho aspettato a lungo, che ho avuto tramite un bookmooch e che mi è piaciuto davvero tantissimo. Non ho la capacità di stabilire quanto sia corretto dal punto di vista della professione dell’archeologia, ma la ricchezza dei dettagli e della ricostruzione storica, nonché quella piccola parentesi su Carter e Tutankhamon, mi ha fatto dimenticare che forse poteva esserci qualche inesattezza. In definitiva è un romanzo che ho trovato davvero ben scritto, gestito meravigliosamente nell’alternanza equilibrata tra le due voci narranti, e magistralmente concluso con quel tirare le fila delle due storie raccontate in una maniera inaspettata, ma che è davvero l’unica che poteva adattarsi a una storia di questo tipo. Assolutamente consigliato, e questo autore finisce dritto nella squadra di quelli di cui voglio leggere tutto, tutto, tutto.

four-stars

About Arthur Phillips

Arthur Phillips (23 aprile 1969) è uno scrittore statunitense.

Durante la sua vita è stato anche un attore (da bambino), un musicista jazz, uno scrittore di discorsi e un piccolo imprenditore. Ha frequentato Harvard (1986-1990) e la Berklee College of Music e ha vissuto in varie città del mondo, tra cui Budapest (1990-92), Parigi (2001-03) e, attualmente, New York.

Il suo primo libro pubblicato è stato Praga nel 2002, romanzo per il quale ha ricevuto nel 2003 il The Los Angeles Times/Art Seidenbaum Award for Best First Fiction. A questo sono seguiti L’archeologo (2004) (suo primo libro pubblicato in Italia) e Angelica (2007). (fonte: wikipedia.it)

I nostri voti
Trama
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Personaggi
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Stile
four-stars
Ritmo
four-stars
Copertina
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Overall: four-stars

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