Una nuova terra, di Jhumpa Lahiri

Immagine di Una nuova terra Una raccolta di interessanti racconti sulle difficoltà dei bengalesi di trasferirsi in un paese straniero e riuscire comunque a conservare le proprie tradizioni, la propria cultura e le proprie caratteristiche, e a trasmetterle ai figli che crescono assimilando insieme la cultura d’origine e quella in cui sono nati o sono stati comunque inseriti da piccoli.
La nuova terra del titolo, comunque, non è solo la terra "materiale", il paese in cui la nuova generazione di bengalesi si trova a dover, suo malgrado, vivere: è anche la terra di nuove emozioni, di nuovi amori, di sentimenti nuovi e diversi che sbocciano e che non si riconoscono. Negli otto racconti che compongono la raccolta, c’è sempre una sorta di conflitto, interiore o meno, che dona alle varie novelle un’intensit sempre nuova e sempre piacevole. I racconti sono intrisi di malinconia, di cose non dette, di compromessi che a volte facilitano la vita, ma a volte la rendono così triste e difficile. E in tutti c’è sempre quel pizzico di terra d’origine che rimane dentro, da cui è impossibile staccarsi, e che emerge nell’abbigliamento, o nella cucina, o nei sapori dell’infanzia, o ancora nei ricordi. La bellezza di questi racconti sta appunto nel come viene raccontato questo adattarsi senza perdersi, questo vivere attaccati al proprio paese ma insieme legati a quello che li ha accolti. E poi c’è sempre la vita, con i suoi imprevisti, le sue difficoltà, e le scelte difficili che ti pone davanti.
Dei racconti di Una nuova terra, ho amato soprattutto quelli della seconda parte, che si legano tra loro per personaggi, per la storia che raccontano, e che sono insieme malinconici, intensi e vibranti di vita. Vedere quest’alternanza di voci, questo duplice punto di vista su una vicenda lunga una vita intera, e che si chiude in una maniera così inaspettata rende i racconti ancora più piacevoli. Da una parte, si sa come andrà a finire: lo si intuisce, come si intuisce la fine degli amori giusti nati nei momenti sbagliati. E insieme non si vorrebbe che succedesse, o almeno non in quel modo.
In generale c’è un filo rosso che lega i racconti l’uno all’altro: le difficoltà della vita e dell’amore, il sapore amaro della speranza che esce dalle sconfitte, l’impotenza di fronte a ciò che ti scivola addosso e che non puoi controllare, e l’evento sconvolgente che cambia sempre le prospettive e il modo in cui si guarda al futuro.
La raccolta è corredata da un glossario di termini, piatti e in generale di tutto ciò che viene citato come bengalese e che il lettore potrebbe non conoscere, e questo è un punto a favore: si impara qualcosa di più su una cultura diversa dalla propria. In generale, la raccolta merita di essere letta anche solo per avere qualche informazione in più sulla cultura bengalese. E si potrà, nel frattempo, godere di racconti vibranti, ricchi e intensi, se pur malinconici e ricchi di nostalgia.


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