Le vergini suicide, Jeffrey Eugenides

Immagine di Le vergini suicide

"Tutto ciò che vogliamo è che ci lascino vivere." (Therese Lisbon)

Prima di tutto, una precisazione: questo romanzo l’ho letto proprio dopo un consiglio qui, su Amazing Readers, quando ancora usavamo blogger per inserire le recensioni e c’erano caselline per commenti sparse ovunque. Purtroppo, il servizio di commenti che usavo allora, senza avvisare, toglieva i commenti più vecchi; e quel commento, che se non sbaglio era di Evelyn, andò perduto. Tutto quello che posso fare è appunto riconoscere che la prima idea di commentare questo romanzo, e ciò che mi ha poi spinta a leggerlo, è stata sua :*

Detto questo, vediamo un po’.
Il romanzo è incentrato sulla figura (uso il singolare proprio perchè, a tratti, sembra che il protagonista sia uno solo: Cecilia stessa, nel suo diario, parla di sè e delle sorelle come di un’unica entità) delle sorelle Lisbon: Cecilia, Lux, Mary, Bonnie e Therese, che hanno dai 13 ai 17 anni e che vivono in una grande casa insieme al padre insegnante e la madre casalinga piuttosto oppressiva, che sta proprio di fronte a quella in cui vive uno dei nostri narratori. La cosa più interessante è proprio la tecnica narrativa: raccontata in prima persona plurale (proprio perchè a raccontare è un gruppo di uomini che nutrono un amore quasi morboso per le sorelle Lisbon), sembra quasi introdurci nella vita di quel quartiere come se anche noi lettori abitassimo su quella strada e assistessimo al suicidio di Cecilia, il primo ad aprire la serie, e al lento declino e degrado della casa dei Lisbon e alla disgregazione della loro famiglia. Quello che succede è ambivalente: da una parte, ci si sente come vicini curiosi che sbirciano dalle finestre e scuotono la testa quando vedono che le ragazze vengono segregate, dall’altra si prova una sorta di fastidio per quello che sta facendo questo gruppo di uomini, che si riunisce dopo anni per ricordare l’esistenza breve e sfuggente dei loro primi (e a quanto pare eterni) amori.
Ciò che risulta fastidioso, infatti, è il modo in cui queste ragazze vengono "amate" dai nostri narratori: è un amore morboso, fastidioso, che risulta a tratti urticante per il lettore che ne percepisce l’oppressività nei confronti delle ragazze, sia da vive che adesso che sono oramai morte da anni. I loro suicidi vengono trattati dai ragazzi come un’indagine da portare assolutamente a termine per trovare il colpevole (che sia una persona, un fatto, un sentimento poco importa); i loro oggetti, fotografie, ricordi che i ragazzi hanno raccolto dall’immondizia dopo l’ultimo suicidio e il restauro della casa, vengono chiamati "reperti", numerati dall’1 al 97 e perfino imbustati (c’è un punto in cui viene detto che purtroppo, una fotografia si sta rovinando perchè non ha più la sua busta di plastica); i narratori rintracciano tutti coloro, o quasi, che hanno avuto rapporti con le sorelle per saperne di più -e addirittura chiedono a tutti se parlavano mai di Cecilia, la prima suicida, anche se noi lettori ci rendiamo conto che se quel personaggio l’avesse fatto, sarebbe stato davvero inopportuno. Ma questi narratori non se ne rendono conto; sognano anzi, molto spesso, di parlare con le sorelle e chiedere loro che cosa le angustia. Il modo in cui le spiano è fastidioso, così come il modo in cui addirittura leggono e imparano a memoria il diario di Cecilia, oramai morta: "imparammo a conoscere il morso del vento che nella brutta stagione ti si infila sotto la gonna, e la sofferenza del dover tenere le ginocchia unite in aula, e quanto fosse monotono e frustrante saltare la corda mentre i maschi giocavano a baseball. Non eravamo mai riusciti a comprendere perchè le ragazze ci tenessero tanto a dimostrarsi mature, nè perchè si sentissero obbligate a scambiarsi complimenti: però, a volte, dopo che qualcuno di noi aveva finito di leggere a voce alta un lungo brano del diario, dovevamo reprimere l’impulso di abbracciarci o di dirci quanto eravamo carini. Avvertivamo il senso di reclusione che comporta l’essere ragazze, con la testa che ribolle di idee e di sogni, per poi imparare le combinazioni di colori più adatte."
E tutto questo risulta fastidioso non solo perchè risulta come una mancanza di rispetto verso le ragazze (verso il loro dolore da vive, con l’insistenza nel volerne capire le cause, e verso la loro intimità da morte, con addirittura una "mostra permanente" dei reperti allestita sulla casa sull’albero dei ragazzi), ma perchè sentiamo in qualche modo di fare parte anche noi di questi ragazzi morbosi che coi loro racconti a tratti incredibili (obbligare uno di loro a mettere il rossetto di Lux per poi baciarlo a turno e assaporare la fragranza del cosmetico; acquistare un sapone al gelsomino perchè lo usano le ragazze; rubare un Tampax dal loro cesto della spazzatura), proprio per il tipo di narrazione che viene utilizzato. A questo proposito, una citazione interessante l’ho trovata su Wikipedia, cercando dei dati sull’autore: in risposta a commenti che definiscono il narratore come una sorta di coro greco, sulla scia di quello presente nelle tragedie antiche, Eugenides (di origine greca) risponde su 3am magazine "I think that if my name hadn’t been Eugenides, people wouldn’t have called the narrator a Greek chorus. The traditional Greek chorus stays apart from the action, but the boys in The Virgin Suicides meddle in the action quite a bit, so they really [are] different from a traditional Greek chorus."
Ma se questo può comunque, in qualche modo, opprimere le sorelle che si accorgono di questo interesse insistente dei ragazzi (soprattutto alla fine), ciò che davvero le opprime fino a schiacciarle è la loro madre. Inizialmente tutto sembra a posto, quasi una famiglia da favola: padre, madre, cinque sorelle che crescono insieme e sviluppano una solidarietà tutta loro e tutta femminile ("[…] Cecilia portava una gran quantità di braccialetti che servivano a nascondere le cicatrici. Le altre non ne avevano nemmeno uno: probabilmente, pensammo, li avevano prestati tutti a lei."), un equilibrio quasi deciso dalla natura che fa avere a tutte le mestruazioni nello stesso periodo ("A Cecilia erano appena venute, lo stesso giorno delle altre sorelle, tutte accumunate da un perfetto sincronismo di ritmi lunari"), equilibrio che però si rompe quando Cecilia, senza un motivo reale o quantomeno un motivo di cui verremo a conoscenza, tenta prima di tagliarsi i polsi, e poi si getta sulla cancellata dalla finestra, proprio durante la festa data per lei, lasciandosi trafiggere e riuscendo, stavolta, nell’intento di morire (imitando, tra l’altro, un ragazzo il cui gesto aveva lei stessa definito "stupido" nel suo diario). E’ con questa morte che le ragazze perdono quel poco di libertà che la madre aveva controvoglia consentito a dar loro dopo il primo tentativo di Cecilia: se prima potevano prendere il sole in giardino, ballare, ascoltare la musica che volevano e avere, in un modo o nell’altro, un po’ più spazio per vivere, con questa morte anche questo spazio viene a mancare e le ragazze vengono da una parte oppresse da una madre che non accetta di trattare la morte della figlia per il suicidio che è (parlerà sempre d
i incidente) e dall’altra da un gruppo di ragazzetti che sviluppa un amore, e insieme una curiosità, morboso nei loro confronti: "nei primi giorni che seguirono al funerale, il nostro interesse per le sorelle Lisbon non fece che aumentare."
La casa in cui vivono inizia ad assumere i tratti dello sfacelo che devasta anche le ragazze: ciò che va a pezzi non viene riparato, la camera di Cecilia non viene toccata e diventerà, più tardi, un santuario preparato dalle sorelle in sua memoria, il disinteresse totale avvolge i Lisbon per la devastazione della loro casa e della loro vita. La casa, come racconta poi padre Moody ai ragazzi, inizia ad avere profumo di fiori e polvere; quel profumo che ricorda i cimiteri, la morte, l’odore stantio di ciò che appassisce e viene spolverato una volta a settimana. La signora Lisbon smette di pulire e di far da mangiare alle ragazze, che si arrangiano con ciò che trovano, spesso cibi in scatola. La madre, inoltre, non accetta nessun tipo di consiglio, nemmeno quello dello psicoterapeuta che ha parlato con Cecilia dopo il suo primo tentativo di suicidio: anzi, alla festa che organizzano le ragazze, l’unica della loro vita, quando Cecilia chiede di assentarsi (andando poi a morire) la madre risponde "fa’ come credi, Cecilia. Peccato, dopo che ci siamo sobbarcati tutta questa fatica solo per te." Continua così nella sua educazione rigida e opprimente, fino al punto culminante del romanzo.
Lux ha attirato le attenzioni di Trip, il rubacuori della scuola, che ha finalmente avuto il coraggio di chiedere al padre delle ragazze di poterla portare al ballo. L’invito viene accettato solo se potranno uscire anche le altre sorelle (le regole sono regole, come dice il signor Lisbon); e viene organizzato quindi un’appuntamento a 8, in cui l’unica coppia fissa è quella di Lux e Trip, e le altre sorelle si prendono il cavaliere che capita. E’ l’unico appuntamento che le ragazze hanno senza stretta sorveglianza; l’occasione in cui Therese dice al suo cavaliere che lei e le sorelle altro non vogliono che vivere, l’occasione in cui Mary dice di non essersi mai divertita tanto, e tutto questo nonostante gli abiti informi cuciti dalla madre, nonostante i divieti, l’etichetta, nonostante il coprifuoco: è l’unica sera che le ragazze vivono da ragazze, tanto che Lux, saputo che potranno andare, corre ad abbracciare e baciare il padre come non fa da anni. Ma è l’ultima libertà, perchè il ritardo di Lux, che si è allontanata insieme a Trip, provoca la reclusione totale ad opera della madre.
Le ragazze vengono tolte dalla scuola, la casa viene totalmente chiusa e le ragazze non escono mai. Lux, che da tempo fa l’amore sui tetti e teme una gravidanza, deve addirittura inventare un’appendicite per uscire di casa. E l’unico momento in cui le ragazze vengono viste è quando l’amministrazione vuole tagliare un olmo, malato, nel loro giardino: è un momento toccante, a mio avviso, perchè anche se non si sa con chiarezza perchè, o per chi, lo facciano (per la memoria di Cecilia, che amava l’albero? Per solidarietà con Therese, che ama la natura?), le ragazze sono ancora una volta unite, con il supporto dei loro genitori. Sembrano credere in qualcosa, che può essere la memoria di Cecilia o le convizioni ecologiste di Therese; sembrano ancora interessante a ciò che accade nella loro casa, nel loro giardino.
L’albero verrà abbattuto solo dopo l’ultimo suicidio, quello di Mary.
E poi ci sono movimenti strani, nella casa. Le ragazze vogliono comunicare con coloro che le hanno spiate per un anno intero; comunicano con le luci, con la musica, con letterine anonime. Comunicano con le immagini; sanno di essere spiate, e mostrano a chi le spia i loro preparativi, soprattutto quello di un baule in cui Therese infila i propri abiti e degli oggetti che i ragazzi non riescono a comprendere. E alla fine, si capisce quanto tutto ciò che hanno intorno le opprima: sia la madre, con le sue convinzioni che le sue figlie devono stare un po’ da sole, e le chiude in casa (anche se sembra più una punizione nei confronti di Lux), sia questi ragazzi, che Lux intrattiene mentre le sorelle inghiottono pastiglie, infilano la testa nel forno, spingono via bauli e si impiccano. I ragazzi stessi se ne rendono conto, ma non abbastanza: "ma la verità era che ci aveva slacciato la cintura soltanto per tenerci buoni, perchè lei e le sorelle potessero morire in pace".
Spiate in vita, in ogni loro momento, ogni loro oggetto che diventa un "reperto", le sorelle Lisbon vogliono un momento lontano dagli indiscreti occhi morbosi di chi dice di amarle e muoiono nel buio, finalmente in pace, e forse finalmente libere: "e in primo luogo diceva che le ragazze se ne sarebbero andate, che da quel momento in poi si sarebbero vestite come meglio credevano."

Personalmente trovo tristissimo questo finale amaro. Non tanto per l’idea che loro si uccidano, è qualcosa che aleggia in tutto il testo, che si arriva a ritenere inevitabile, fino a chiedersi come hanno fatto a resistere tanto, chiuse in una casa che è piena di barattoli di pittura per raccogliere l’acqua che penetra dai tetti, prigioniere di una madre che nega e che forse, non ama tanto le sue figlie quanto l’idea della famiglia perfetta che oramai non ha più.
E trovo triste anche che nonostante le ragazze abbiano dato ai loro "spasimanti" un messaggio ben chiaro (con l’episodio della cintura), queste persone non le lascino in pace, anzi; continuano a richiamarle, ad intervistare, a conservare reperti e allestire mostre, a fare domande indiscrete e a non dare loro nemmeno la pace e il silenzio che hanno cercato, slacciando una cintura, per avere per una volta un momento privato, foss’anche quello della loro morte.

In definitiva è un bel romanzo. Non "corale", non direi; nonostante il numero quasi incredibile di nomi che compaiono (circa 150), è il romanzo di un gruppo ristretto di persone. Le vittime da una parte (le sorelle Lisbon e le loro vite schiacciate) e di persone che sbirciano dall’altra (il gruppo di ragazzi, i vicini, anche noi lettori). E’ il romanzo di una serie di suicidi che rimane ancora "insoluta", di cui non si capisce la causa, nonostante i giornali, i servizi televisivi, le indagini "casalinghe"; è il romanzo di qualcosa che spezza equilibri fittizi e che non può essere lasciato andare per qualche statistica, qualche numero. E’ il romanzo di una comunità che non può accettare che cinque dei loro membri siano soltanto numeri di un fenomeno più grande, più comune: perchè allora sarebbe più difficile da accettare, perchè allora potrebbe capitare anche a noi, che siamo un po’ lettori, e un po’ gli spioni senza rispetto della vita delle sorelle Lisbon.


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