Questa notte mi ha aperto gli occhi, di Jonathan Coe

Immagine di Questa notte mi ha aperto gli occhi Di questo libro ho letto una recensione su una rivista, in cui l’autore dell’articolo si chiedeva il perchè della ri-pubblicazione di questo romanzo, dato che non è tra i migliori di Coe. La cosa mi ha incuriosita: cosa c’era di così "pessimo" in questo romanzo da non meritare una nuova edizione? Non ho ancora trovato risposta.
Il romanzo non è, in effetti, un capolavoro, e probabilmente Coe ha fatto di meglio; la trama è abbastanza semplice e lineare, quasi scontata. Siamo di fronte a un giovane musicista, William, che vorrebbe abbandonare il suo vecchio gruppo ed entrare in un nuovo, che ha più speranze di farcela. Ma le cose non vanno molto per il verso giusto e si trova invischiato in una vicenda torbida in cui non c’è un personaggio che non abbia commesso un reato, dallo spaccio di droga all’omicidio eccetera. In seguito a un evento piuttosto sconvolgente, il protagonista ripercorre l’intera vicenda: dalla decisione di abbandonare il gruppo, all’incontro con una donna di cui è innamorato ma che con lui è fredda più di un ghiacciolo, fino alla soluzione finale che un po’ ci si aspetta e un po’ lascia perplessi perchè sa tanto di soluzione di comodo. Non è propriamente un giallo, non ci sono investigazioni; non è un romanzo di "crescita". Siamo di fronte a una storia forse non molto riuscita, ma comunque raccontata abbastanza bene, di un ragazzo invischiato in cose che non sa nè controllare nè capire a fondo.
Una parte fondamentale della storia è riservata alla musica. Ci sono interi paragrafi in cui viene ad esempio raccontata l’esecuzione di un pezzo al pianoforte, con dovizia di particolari anche tecnici che si fa fatica a capire, soprattutto se non si ha mai studiato nulla di musica al di là del flauto alle medie. L’autore ha sicuramente una conoscenza sufficiente a scrivere quelle parti senza fare errori grossolani; il lettore che però è ignorante di musica fa fatica a capire certi virtuosismi che il protagonista descrive mentre suona, fa fatica a immaginare la differenza tra una nota e l’altra e quindi a immaginare la melodia di cui si parla, che spesso è fondamentale. Questa può essere una pecca: se il linguaggio tecnico e specifico è funzionale al protagonista, che essendo un musicista anche bravo lo conosce per forza, rischia di allontanare il lettore che, letta una pagina scritta in quei termini, non ci capisce un’acca.
Insomma, non è un gran bel romanzo. Probabilmente Coe ha scritto di meglio, ma non credo comunque che questo sia un libro così pessimo come si evinceva dall’articolo che citavo all’inizio. Si tratta di un romanzo non riuscito, questo sì, ma che ha comunque dei pregi e che comunque è piacevole leggere (paragrafi musicali a parte). E poi un autore ha sempre i suoi alti e bassi: e credo sia giusto conoscere sia gli uni che gli altri.
In definitiva, se non ci si fa scoraggiare dalla parte musicale, il romanzo è godibile come tanti altri senza infamia e senza lode. Per chi ama e conosce la musica, e magari suona, è anche meglio perchè riesce a capire certe parti meglio di altri. E magari potrà apprezzarlo di più.


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