Non avevo capito niente, di Diego De Silva

Immagine di Non avevo capito niente Finalista al premio Strega 2008, Non avevo capito niente è una boccata d’aria fresca. E’ divertente, anche se non leggero, affronta tematiche importanti con uno spirito invidiabile, e riesce a farti ridere e insieme riflettere, a patto, però, di non badare troppo al linguaggio. Il romanzo, infatti, è narrato in prima persona dal protagonista, l’avvocato Vincenzo Malinconico, e utilizza quindi un registro colloquiale, a volte anche con espressioni dialettali, che però regala alla storia una certa leggerezza, anche per il comportamento e l’atteggiamento di Vincenzo nei confronti della vita.
Vincenzo è separato, ha due figli, una carriera mai iniziata e che non ha molta voglia di far iniziare, un po’ di grane con la ex moglie che ogni tanto va a letto con lui ma poi torna dall’altro, e un giorno si trova invischiato in un’avventura giudiziare con Mimmo il Borsone, un camorrista a cui è stata trovata una mano in giardino. Inoltre ha una mezza storia con una collega meravigliosa, ed è lì che si creano un po’ di casini. Vincenzo affronta la vita come viene: gli piace il suo ufficio con la mobilia Ikea che chiama per nome, gli piace fuggire con la figlia della moglie per spuntini ricchi di schifezze, e parla con ironia di ciò che gli succede, anche delle cose un po’ più tristi e un po’ più strane, divertendo il lettore e insieme facendogli pensare che, purtroppo, le cose vanno esattamente così, a volte, e che le sue risate hanno un retrogusto amaro forse voluto.
Il romanzo mi è piaciuto abbastanza, e il finale è adatto, simpatico al punto giusto, non sdolcinato nè scontato, insomma: è il finale che ci voleva. E’ il finale che ti fa dire che è veramente così che vanno le cose, che è solo di fronte a certi avvenimenti che capisci la tua fortuna, e che ti stavi solo piangendo addosso, crogiolando, chiamatelo come volete. E il romanzo, in genere, accompagna il lettore verso questa consapevolezza attraverso avventure strane, considerazioni divertenti, riflessioni buttate lì e che si fatica a non condividere. Insomma, è un romanzo carino, piacevole e che fa buona compagnia. Non è certo un capolavoro, ma è uno di quei romanzi che a volte si ha bisogno di leggere, per capire un po’ di cose ridendo e divertendosi. Tra i finalisti del Premio Strega che ho letto, questo è quello che, per adesso, preferisco, un po’ per la sua freschezza, un po’ per la sue analisi nascoste tra l’ironia, e un po’ per la trama, semplice ma efficace, e per i personaggi simpatici.
Insomma, consigliato. Vi farà pensare a tante cose che magari avete messo da parte, e saprà farvici ridere sopra.


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