Memorie di una geisha, di Arthur Golden

Immagine di Memorie di una geisha Memorie di una geisha è un libro parecchio interessante: non si tratta soltanto della storia di Sayuri, la geisha protagonista, ma anche di entrare nelle tradizioni e nei processi che stanno dietro al diventare geisha. La geisha è una figura che noi occidentali abbiamo spesso banalizzato, trasformandola in una prostituta: ma la geisha non è una prostituta, è qualcosa di molto diverso. La geisha, come dice il nome stesso, è un’artista, capace di danzare, di suonare, di cantare, di intrattenere conversazioni interessanti e fare osservazioni argute. La geisha, in quanto tale, gode di una certa libertà. E’ proprio questo che si propone di fare il romanzo: svelare, almeno in parte, i segreti di questa figura misteriosa e spesso bistrattata e svilita, per farne capire le origini, il lungo processo di apprendimento, le abitudini, i compiti e tutte le tradizioni e superstizioni che le aleggiano intorno.
La protagonista è appunto Sayuri, che viene allontanata dalla famiglia insieme alla sorella quando è ancora bambina. Giunta a Kyoto, e precisamente a Gion, viene separata dalla sorella e affidata all’okiya (edificio in cui vivono le geishe) in cui incontra Hatsumomo, Zucca, Zietta, la Madre e la Nonna. Questi personaggi saranno importantissimi per lei, sia per i tentativi di sbarrarle la strada (soprattutto dopo la sua fuga) sia perchè la porteranno, bistrattandola o trattandola benignamente a seconda delle situazioni, a maturare il desiderio di diventare una geisha e quindi a riuscire nel suo scopo.
Hatsumomo in particolare è una geisha affermata che detesta la competizione e la sconfitta, e che farà di tutto per ostacolare Sayuri nella sua ascesa. E’ un personaggio estremamente negativo, sempre falso anche nelle gentilezze, di cui Sayuri non si può fidare. Hatsumomo è capace di tantissima perfidia, è estremamente astuta (anche se non applica l’astuzia a ciò che le potrebbe servire davvero, come l’apprendistato di Zucca) e incredibilmente crudele. A contrapporsi a un personaggio così negativo troviamo però il Presidente, l’uomo per cui Sayuri si impegna a diventare geisha, Mameha, una geisha famosissima, rivale accanita di Hatsumomo e da lei odiata spasmodicamente, che farà da sorella maggiore a Sayuri (ossia, la seguirà nell’apprendistato, la presenterà ai suoi migliori clienti, le permetterà di diventare una geisha famosa e ricercata) e che le resterà per sempre amica, e alcune altre personalità come Nobu, amico del Presidente, e Zucca, almeno nella prima parte del libro.
Al di là comunque della trama, se vogliamo piuttosto scontata, ciò che rende davvero interessante il libro è la documentazione che sta alla base e che permette di ricostruire un mondo a noi sconosciuto: vediamo quindi la vita nell’okiya, la rigida disciplina a cui sono sottoposte la bambine e ragazze che vogliono diventare geishe, la vita frenetica a cui si dedicano geishe e apprendiste geishe, i rituali scaramantici (come la scintilla sulla schiena prima di uscire, o la consultazione di oroscopo e indovini), la tradizione del nome, per cui una parte del nome richiama quello della sorella maggiore, i riti del mizuage (la deflorazione dell’apprendista), i riti della vestizione e delle acconciature, il trucco, le cerimonie del tè e tutte quelle cerimonie che segnano momenti importanti nella vita della geisha (la scelta della sorella maggiore, il momento in cui diventa apprendista, il mizuage, il momento in cui la geisha accetta l’offerta di un danna, ossia di un uomo che diverrà il suo amante e si accollerà le sue spese). E’ questo il lato interessante del libro, che per il resto rimane un romanzo e come tale da prendere con pinze.
A proposito di questo romanzo, va precisato come alcune delle consuetudini descritte, come quella dell’asta per il mizuage di Sayuri, siano state smentite dalla geisha che l’autore ringrazia pubblicamente a fine romanzo, e che ha poi pubblicato una propria autobiografia: la geisha in questione è Mineko Iwasaki. Basta cercare questo nome in google per scoprire una serie di articoli che spiegano la diatriba anche giudiziaria che ha coinvolto in seguito Golden e la Iwasaki a proposito dell’immagine di geisha che viene trasmessa dal libro.
Per quanto riguarda me, mi limito a dire che questo è un bel romanzo, piacevole e interessante, che va appunto preso per quello che è: un romanzo, per quanto ben documentato. Probabilmente, se si vuole sapere di più sulla geisha e sul mondo in cui si trova a vivere ed esercitare la sua professione, ci sono libri più qualificati: è magari in questo senso l’autobiografia di Mineko Iwasaki può essere un inizio.


2 comments for “Memorie di una geisha, di Arthur Golden

  1. 7 aprile 2008 at 16:27

    Va beh.
    Pure io, come te, ho preso questo romanzo per quello che è: un romanzo. e’ un primo approccio a un mondo, quello delle Geishe che spesso viene confuso con quello delle semplici prostitute, cosa che appunto non è vero. Il merito di questo romanzo è di dare una panoramica, documentata, ma non certo esaustiva, di chi sono le geishe e qual è la loro vita. Ovvio che se qualcuno poi vuole approfondire, si cerca testi specifici, magari biografie o saggi.
    Personalmente, l’ho trovato bello e lo consiglio, anche se non lo definirò mai "manuale su come vive una geisha", perché, appunto, non lo è.

  2. 13 aprile 2008 at 13:41

    L’aspetto controverso del libro è il punto di vista occidentale. Benché Golden si sia sicuramente documentato sulla vita della geisha, non è riuscito del tutto a comprendere questa figura unica e impossibile da accostare a simili figure occidentale. Nel romanzare la storia di Sayuri non si è reso conto che nella cultura giapponese è naturale anteporre gli interessi personali per il bene comune, e che raramente i giapponesi pensano in termini puramente egocentrici. Inoltre, paradossalmente, la geisha è sia la personaficazione della donna ideale ma anche un donna molto più libera e colta all’interno di una società che ancora adesso non è molto aperta alle donne. Molte geisha sono fiere di esserlo. E dopo alcuni anni di servizio, spesso decidono di smettere per sposarsi: non c’è assolutamente nessuna vergogna nel svolgere questo lavoro.
    Questi difetti, più sotterranei nel libro, sono purtroppo venuti fuori prepotentemente nel film omonimo, che è una visione prettamente esotica del Giappone tradizionale (e quindi alquanto fastidiosa).

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