Marcovaldo, di Italo Calvino

Immagine di Marcovaldo Marcovaldo è un personaggio con cui ho avuto a che fare da bambina, alle elementari, quando nel libro di lettura c’erano alcune sue avventure, e poi all’università, quando m’ha fatto dannare sulla traduzione in inglese. Ma è un personaggio che, anche se conosciuto a sprazzi e a volte per adattamenti, mi ha sempre affascinato e intenerito, in qualche modo. Lo trovavo buffo in quella maniera in cui sono buffi i bambini, che ti strappano un sorriso per qualche marachella. Così quando l’ho visto nei ring del bookcrossing mi sono detta "perchè no?"
Marcovaldo è un libro breve, una serie di novelle a volte brevissime incentrate su questo personaggio, uomo di fatica presso la ditta SBAV, che ha una moglie e sei figli e che è sommerso di debiti. Ad ogni novella corrisponde una stagione, nel ciclo naturale: si inizia con la primavera e si termina con l’inverno. Marcovaldo è un sognatore, un cittadino con l’occhio vigilissimo per la natura, uno che non si lascia scappare un fungo che cresce lungo il viale e che è capace di girare per la città alla ricerca della pioggia, in mod che la pianta diventi sempre più rigogliosa. A volte, le avventure di Marcovaldo sono strambe e fanno sorridere, a volte il finale è così amaro che il sorriso rimane lì, ma è fuori posto, come se fosse a disagio e non sapesse andare via.
C’è una cosa che mi ha stupito: nell’edizione Mondadori che ho ricevuto, c’è una prefazione dell’autore che descrive come lo stile, quando si parla di natura, non sia affatto semplice, anzi, raggiunga una liricità e una raffinatezza che mal si accorderebbero col personaggio. In effetti ho notato poi come nei confronti della natura si usino espressioni dolcissime, metafore delicate, a confronto delle quali lo stile, il linguaggio, le immagini utilizzate per le città sembrano anche più secche, e nonostante tutto non si sentono stacchi repentini, tutto scivola via come se potesse essere scritto solo così, e credo che se non l’avessi letto nella prefazione nemmeno me ne sarei accorta.
Il libro, come dicevo, è breve, scorre via velocemente e vi farà compagnia per un pomeriggio, forse due. Ma quando lo si chiude, si sente come la nostalgia di questa persona semplice, a tratti anche un po’ pasticciona, che sogna uno spicchio di luna che non sia interrotto dalla pubblicità luminosa del cognac, e che vorrebbe svegliarsi con il cielo e le fronde degli alberi, e che si accontenta di riempire il carrello, al supermarket, perchè non ha i soldi per fare la spesa. Marcovaldo, forse, è un po’ bambino, ma è questo che lo rende buffo e tenero, e che fa sentire ancora di più il dispiacere per le sue condizioni di vita.


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