Recensione: Cecità, di José Saramago

Attenzione: anticipazioni sulla trama!

La vita cambia in un attimo. Di fronte ad un semaforo un uomo attende, nella sua auto, il passaggio dal rosso al verde. Ma quando il semaforo scatta, sta lì fermo; nessuno capisce cosa sia successo, fino a quando lo sentono gridare, disperato: Sono cieco.
Inizia così l’epidemia di Saramago, un’epidemia che colpisce indistintamente, una cecità contagiosa che fa vedere solo un bianco accecante. L’idea che questa cecità si propaghi tra individui che entrano in contatto gli uni con gli altri preoccupa il governo, che decide di rinchiudere malati e sospetti contagiati in un ex manicomio, senza preoccuparsi di quello che accadrà. E’ qui che la narrazione si fa tremendamente più intensa, che arriva a colpire dritto dentro il lettore, che si trova davanti a paragrafi lunghi pagine in cui scorrono narrazione, dialoghi, mescolati insieme e separati solo da virgole e maiuscole. All’inizio è difficile abituarsi a questo modo di gestire i dialoghi; a volte capita di perdersi nella lunghezza di frasi e paragrafi. Ma man mano che si va avanti, che si capisce il perchè di questa scelta stilistica, non si riesce a pensare ad un altro modo per esprimere quelle cose. La situazione che Saramago descrive nel momento in cui inizia a raccontare dei ciechi in quarantena è desolante, quasi bestiale, e dimostra la totale mancanza di solidarietà, di rispetto non solo per il malato, ma anche per la dignità del malato. Messi tutti insieme in una camerata, senza riuscire a vedere, senza riuscire a trovare le cose necessarie, come bagni e letti, costretti ad arrangiarsi a raggiungere le casse di cibo che i militari lasciano a casaccio nell’ingresso, per paura di essere contagiati, i ciechi perdono sempre di più la loro dignità, si riducono ad animali che, mostrano tutti i lati negativi individuali e comunque generali. La situazione descritta è terrificante proprio perchè porta a pensare che, se fosse una storia vera, non sarebbe poi tanto diversa. Gli accenni alla putrefazione dei morti, all’odore dell’aria pestilenziale, all’immondizia che si accumula non solo nel manicomio, ma anche nella città esterna, non sono così fastidiosi e ributtanti come i lati dell’essere umano che vengono a galla. I ciechi malvagi che si fanno pagare per quel poco cibo che intendono distribuire, prima con gli oggetti di valore e poi con le donne, stuprate e umiliate nelle maniere più abiette. I ciechi uomini, dall’altra parte, che si chiedono “cosa importa alle donne di andare a dargli quello per cui sono state fatte”, dimostrando come, di fronte al proprio tornaconto, in questo caso il cibo, in una situazione come quella anche il trauma dello stupro venga incredibilmente minimizzato. Frase che di fronte al gesto di solidarietà femminile a cui il lettore ha da poco assistito risulta ancora più bassa e meschina: infatti, alcune pagine prima le donne entrano nella camerata dei ciechi malvagi tenendosi una mano sulla spalla, e quando escono, stuprate, umiliate e alcune costrette a trascinarsi per essere passate sotto la furia di venti uomini, tornano alla propria camerata tenendosi per mano. Una di loro è anche morta: ma al cieco che si chiede “cosa importava a loro” questo sembra non interessare. Ciò che importa è il cibo, che prima si aveva e ora no. Il sacrificio delle donne sembrava dovuto; anzi, non sembrava nemmeno un sacrificio.
Ci sono comunque, in questo quadro, personaggi positivi, e sono quelli che vivono nella camerata in cui ci sono anche i primissimi ciechi: tra questi un oculista, che aveva visitato il primissimo cieco, quello dell’auto ferma al semaforo, e sua moglie, che però finge la cecità per stare accanto al marito. Questo atto d’amore, di abnegazione, di profonda umanità non solo per il proprio marito ma anche per tutti coloro che ne condividono la sorte le dona una forza e una resistenza che anche il lettore, a tratti, trova incredibile. Ed è lei a guidare i ciechi della propria camerata, e poi solo uno sparuto gruppetto, lungo il percorso che li porta fin giù all’inferno e poi di nuovo su, verso una speranza di salvezza. Alla luce dei suoi gesti, delle sue parole, sembrano ancora più turpi l’ipocrisia del governo che promette assistenza e poi fa mancare il cibo, la decisione del potere di non aiutare nemmeno i feriti, per paura del contagio, il ricatto di ciechi contro ciechi, la sopraffazione dei deboli, siano essi vecchi, bambini, donne, l’umiliazione, l’incapacità di organizzarsi per la costante paura che le divisioni non siano eque.
La situazione dipinta da Saramago è in effetti ai limiti della realtà. Ma è una lucida analisi del comportamento umano nelle situazioni estreme, e anche in quelle quotidiane. E’ inoltre una maniera estremamente originale di dimostrare che chi non vede, in realtà, riesce a vedere molte più cose di coloro a cui gli occhi funzionano. Lo stile con cui il tutto viene narrato è, come dicevo, particolare, senza i tratti di punteggiatura che si utilizzano abitualmente per dare enfasi ai dialoghi, alle frasi, ai pensieri. Sembra quasi che le parole riportate vengano dette senza nessuna intonazione, come se fossero piatte, come se fossero un semplice scorrere di voce. Non credo ci sia un solo punto esclamativo nel testo, e anche le domande terminano semplicemente con una virgola, o un punto. I dialoghi sono flussi di parole che a volte occupano pagine intere, raccolti in un’unica frase e separati solo da virgole. All’inizio spiazza un pochino, ma poi sembra l’unico stile possibile, per quanto non rientri nei canoni della punteggiatura e del suo utilizzo.
Questo libro riempie, fa pensare, fa commuovere, intristisce per la bassezza che narra. Ma è insieme la descrizione di una società in cui i peggiori sopraffanno, in cui dilaga l’indifferenza, in cui anche l’umiliazione è quasi ridicolizzata, e in cui l’unico barlume di speranza è una donna che vede, tra i ciechi, la cui forza si trasmette anche a pochi compagni. Alla fine, tra la sporcizia, il cedere agli istinti più animali, l’ipocrisia e tutto il peggio possibile, la speranza c’è. Basta saperla cogliere.
Un libro di rara intensità. Provare per credere.

Giudizi

Trama:Rating: ★★★★★★★★★☆
Personaggi:Rating: ★★★★★★★★★☆
Stile:Rating: ★★★★★★★★★★
Generale:Overall Rating: ★★★★★★★★★½

Info utili

Titolo e autore originale: Ensaio sobre a Cegueira, José Saramago Titolo e traduttore italiano: Cecità, Rita Desti Collana, editore e anno: Super ET, Einaudi, 2008 ISBN o ISSN: 9788806193683

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Link di approfondimento

La pagina dedicata a José Saramago sulla Wikipedia italiana e inglese
La pagina dedicata a Cecità sulla Wikipedia italiana e inglese
Il blog di José Saramago in portoghese e in italiano (traduzione autorizzata)
Sito ufficiale di José Saramago (portoghese)
Il discorso di Saramago alla vittoria del Premio Nobel per la Letteratura del 1998 (inglese)
La mappa letteraria di José Saramago su Gnod


2 comments for “Recensione: Cecità, di José Saramago

  1. 10 novembre 2008 at 15:33

    L’ho appena terminato…devo dire che il senso di angoscia, di disperazione che si ricava da questo libro è persino maggiore di quello che ho provato leggendo 1984. Gli uomini si riducono in condizioni abiette, che non si può nemmeno definire primitive, in cui i sentimenti non sono nemmeno lontanamente quelli che consideriamo "umani". Un grande romanzo, veramente.

  2. 28 dicembre 2008 at 09:41

    Ho letto ormai quasi due anni fa questo libro su consiglio di amici entusisti…e devo dire che anche io lo sono rimasta in pieno.

    Sebbene l’angoscia sia fortissima, ad ogni pagina, è difficile staccare gli occhi da questo libro.

    L’uso particolare della punteggiatura per me non è stato un problema: son rimasta così affascinata e colpita da quanto veniva raccontato che quasi non ho notato la strana forma narrativa.

    Da quando l’ho letto, è un libro che raccomando a molti 🙂

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