In carne e ossa, di Christa Wolf

Immagine di In carne e ossa Una donna viene trasportata in ospedale. E’ ferita, le vengono febbri altissime, e i medici continuano a sottoporla a tac ed interventi chirurgici per rimuovere focolai che continuano ostinatamente a comparire. E mentre al di fuori ci sono le cure, le persone dell’ospedale, le infermiere così differenti, i medici che non parlano delle condizioni della donna e donne delle pulizie che le fanno confidenze veloci, nella mente della protagonista si mescola passato e presente, ricordi e situazione attuale, a volte rendendo anche la narrazione un po’ più confusa e richiedendo al lettore una particolare attenzione per capire.
In carne e ossa è, di fatto, una lunga narrazione in prima persona che occupa quasi 150 pagine senza interruzione: il libro, infatti, non è diviso in capitoli, e dà proprio l’impressione di un fiume in piena di parole, di immagini, di ricordi e viaggi onirici che l’autrice racconta mescolandoli esattamente come si mescolerebbero nella testa della malata. Ci sono i ricordi di Berlino prima del muro, i ricordi delle idee politiche giovanili, di certe utopie che poi si sono scontrate con la realtà dei fatti, di amici andati perduti e ricordati attraverso una telefonata, poco prima della malattia, dei compromessi della politica e delle disillusioni. E il corpo rimane malato, ci sono decine di immagini che si affollano alla mente della donna, reali, vivide, a volte sogni strani e deliranti, a volte ricordi, dolorosi e lontani. Ci sono le cure, esterne, nominate poche volte, come se la storia vera della malattia fosse appunto solo nella mente della malata, per quanto i medici si affannino sul corpo. E poi c’è il finale, una sorta di speranza, una finestra aperta a cui la malata può, finalmente, avvicinarsi. Prima non riusciva a vederla, dal letto.
In carne e ossa non regge, secondo me, il confronto con altri due grandi romanzi della Wolf (Cassandra e Medea, che personalmente adoro), ma è comunque un libro intenso, che incide sui suoi personaggi e sul lettore, che scorre un po’ lentamente ma che trascina nel vortice di quello che una donna sente, e pensa, e prova durante una malattia. Non è un libro "forte" dal punto di vista delle immagini presentate, ma lo è dal punto di vista dei concetti che esprime, lo è per la forza della sua narrazione, per l’abilità dell’autrice di scendere nella mente di una malata e riportarne anche gli aspetti più strani.
Decisamente consigliato.


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