Un burqa per amore, di Reyes Monteforte

Mi aspettavo di più da questo libro: pensavo a una sorta di testimonianza sulla scorta di Vendute! di Zana Muhsen, Bruciata Viva di Suad o Murata Viva di Leila, testimonianze davvero forti sulle condizioni di vita disperate di alcune donne il cui valore, per gli uomini che le circondano e per la cultura in cui vivono, è pari a zero. Invece mi sono trovata di fronte a una protagonista, María, che nonostante l’amore assolutamente sterminato per il marito (e per questo, senza dubbio ammirabile), mi pare pecchi tantissimo di egoismo, di immaturità e soprattutto manchi di quella forza che invece hanno avuto le protagoniste dei libri che ho citato prima – persone che hanno lottato veramente e che ancora oggi, a distanza di anni dalla lettura delle loro vicende, mi colpiscono.
Un burqa per amore è appunto la storia di María, una giovane spagnola che decide di partire per Londra (perché ritiene che così non dovrà rendere conto a nessuno di ciò che fa), senza dire nulla a nessuno. Lì incontra Nasrad, un uomo di origine afgana, emigrato in Inghilterra. Già a questo punto la protagonista ha mostrato due tratti del suo carattere che mi sono piaciuti poco: l’immaturità di cui parlavo prima (comprare un biglietto di sola andata per Londra solo perché così nessuno ti può dire se secondo lui/lei sbagli non mi pare esattamente maturo!) e un bel po’ di ignoranza: María, infatti, ammette candidamente di non leggere giornali, di non guardare i notiziari in TV e quindi, oltre a non sapere praticamente nulla di ciò che accade nel mondo, non sa nemmeno dove sia l’Afghanistan, e quindi tantomeno sa come sia la situazione politica di quel paese che lei trova divertente tanto da mettersi a ridere. I due si innamorano, decidono di sposarsi e María, che da quanto si può intuire è fondamentalmente atea, si converte all’Islam e per amore del marito inizia ad indossare il velo, e sempre da quanto si può intuire, non sa bene cosa significhi portare il velo e perché le donne musulmane lo portino (non sto parlando di costrizione o volontà di portarlo: parlo del suo significato simbolico). Sa solo che a suo marito farebbe piacere e quindi lo mette.
L’esperienza in Afghanistan di María inizia quando è incinta del primo figlio, e suo marito torna a casa dicendole di aver sentito suo padre al telefono e di temere che stia poco bene. Decidono quindi di partire per l’Afghanistan, nonostante María sia incinta di cinque mesi abbondanti. María non ascolta nemmeno la sua cara amica Julia, che a differenza sua legge i giornali, ascolta i notiziari e sa benissimo che l’Afghanistan dei talebani non è il posto migliore in cui andare per una donna, tantomeno se nelle condizioni di María. Ma lei decide di andarci comunque. Rimarrà bloccata lì con il marito per due mesi, partorirà un bambino prematuro senza essere visitata da un medico, perché i medici uomini in Afghanistan non possono toccare le donne, e donne medico non ne esistono, e sua suocera per aiutarla nel parto le praticherà un taglio con un coltello, e per far richiudere la ferita useranno un impasto non esattamente sterile. Per tutto il tempo, non desidererà altro che tornare a Londra, e il lettore pensa: te l’avevano detto. In ogni caso, se tu fossi meno ignorantella, avresti saputo a cosa andavi incontro e non ci saresti andata incinta, mettendo a rischio pure tuo figlio. Per inciso, della presunta malattia del padre di Nasrad non si parla mai, quindi non si sa se effettivamente quest’uomo stesse male o se Nasrad volesse semplicemente, e giustamente, ci mancherebbe, rivedere i suoi genitori e fratelli.
Ma non è questo il periodo “peggiore” della permanenza di María in Afghanistan. Un po’ di tempo dopo il loro ritorno a Londra, Nasrad riceve una telefonata dall’Afghanistan che lo avvisa che il padre sta molto male. Lui decide di partire per stare con il padre. María decide di seguirlo con il figlio, e fin qui lo capisco benissimo: so bene cosa significhi perdere un genitore e avere accanto la persona che si ama è un dono che non tutti possono avere. Nulla da dire su questo. Ma la cosa viene gestita in una maniera che definire superficiale è usare un eufemismo: la coppia infatti ritira i risparmi dalla banca, circa 7.000 dollari, e quando arrivano alla frontiera, per evitare che i soldati rubino loro i bagagli, li affidano a un bimbetto che li farà passare di nascosto. Il fratello di Nasrad si offre di accompagnare i bagagli nel viaggio, per sicurezza; ma lui insiste che preferisce averlo con sè e i bagagli sono al sicuro. Risultato: il bimbetto sparisce con i 7.000 dollari e i passaporti (perché aveva già scoperto in fase di trattativa che María è spagnola), e la coppia rimane bloccata in Afghanistan per anni, a cavallo tra la fine del regime talebano e l’attentato alle Torri Gemelle, e si trovano di fatto in un Afghanistan in guerra (dovranno vivere in una specie di rifugio sottoterra per sfuggire ai bombardamenti). Anche qui ho notato una forte immaturità di María: pensa infatti che le basterà andare all’ambasciata spagnola per poter tornare a casa subito. Quando non riesce ad ottenere granchè, si chiede perché sia tutto così difficile: e io mi chiedo come si possa immaginare che le cose siano facili quando ci si trova in un paese in guerra in cui, tra parentesi, svariati governi ritengono che si nascondano dei terroristi che hanno appena buttato giù le Torri Gemelle, e si cerca di uscire da questo paese e di far uscire anche un uomo di nazionalità afgana (e per cui, proprio per il momento storico, sarà difficilissimo uscire). Insomma, mi ha lasciato perplessa questa parte: da una parte, capisco che una persona che sente di avere dei diritti, e li ha, si trovi di fronte a un muro burocratico che non sa come superare e si senta scoraggiata, ma dall’altra a me personalmente viene da pensare che si sa che la burocrazia esiste, e che in tempo di guerra espatriare è sempre più difficile, soprattutto da un paese che è nel mirino degli eserciti internazionali. Comunque, alla fine, María riesce a sentire sua sorella Rosie, che si fa in otto per darle un mano, coinvolgendo anche un funzionario che rischia il posto, ma riesce a fare uscire María e i suoi due bambini (nel frattempo ha avuto un’altra figlia) e farla tornare in Spagna. E dopo due mesi, María decide di tornare dal marito perché non può stare senza di lui.
Qui la scarsa simpatia che nutrivo per María si è acuita perché questo non è un gesto d’amore né per il marito né per i figli. E’ egoismo. Costringere i propri figli a vivere in un paese dove rischiano di essere ammazzati per strada, nella povertà più assoluta, solo perché tu non sai stare lontana dal marito per me è totalmente ingiustificabile. Se invece di crogiolarsi nella sua nostalgia, María si fosse data veramente da fare per tirare fuori il marito dall’Afghanistan l’avrei rivalutata mille, diecimila volte. Ma non l’ha fatto. Dopo tutti i sacrifici della sorella (economici, di cambio lavoro, di tempo passato a girare di ufficio in ufficio e di giornalista in giornalista), María torna in Afghanistan, dove non risolve comunque niente di niente, anzi! Dice pure al telefono a sua sorella Rosie che le servono i soldi per i documenti. Al che sua sorella risponde che si è già indebitata per lei e oltre non può fare. Mi è sembrato un colpo basso, quello, e María mi è caduta che più in basso non si poteva. La faccenda continua così fino a quando finalmente arriva una persona che le dice le cose come stanno: María Angeles, funzionaria di una ONG, le dice che dell’egoismo che dimostra adesso si pentirà più avanti. Ed era ora! Va bene l’amore per il marito, ma i figli, soprattutto se piccoli come in questo caso, dovrebbero venire prima di tutto, prima degli egoismi personali. Altrimenti si fa a meno di metterli al mondo.
Insomma. I capitoli – brevi – sui racconti delle altre donne sulle condizioni in Afghanistan, e sulla totale mancanza di comodità tipo l’acqua corrente, il bagno, l’elettricità, sono comunque importanti, ma secondo me sia questi che tutto il resto della vicenda non hanno la forza delle testimonianze che vi dicevo prima. Non hanno la potenza di quei romanzi: nonostante nessuno dei tre che ho citato prima, e nemmeno Un burqa per amore, abbiano uno stile accattivante, anzi, quei tre avevano qualcosa in più. Qualcosa che andava oltre la semplicità dello stile e colpiva dritta allo stomaco, perché c’era la verità, la disperazione, la forza, i rimasugli di una cultura che segna e che ti accompagna anche quando vivi altrove. Di Un burqa per amore m’è rimasta una forte sensazione di ignoranza, immaturità ed egoismo della protagonista, che si ritiene tra parentesi al di sopra degli altri perché ha tutto questo amore, e una sensazione di fastidio per una protagonista che si nasconde dietro l’amore per giustificare scelte opinabili. Soprattutto nei confronti dei figli.
Importante per una piccola parte di testimonianza, ma per il resto lo si può lasciare sullo scaffale.

Giudizi
Trama:Rating: ★★★★★★☆☆☆☆
Personaggi:Rating: ★★★★★★☆☆☆☆
Stile:Rating: ★★★★★☆☆☆☆☆
Generale:Overall Rating: ★★★★★½☆☆☆☆

Info utili
Titolo e autore originale: Un burka por amor, Reyes Monteforte Titolo e traduttore italiano: Un burqa per amore, E. Cadelli Collana, editore e anno: Esperienze, TEA, 2009 ISBN o ISSN: 9788850217199

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