Il club dei filosofi dilettanti, di Alexander McCall Smith

Immagine di Il club dei filosofi dilettanti La prima cosa che ho pensato, quando ho chiuso il libro, è stato: bah. Non sono nemmeno sicura che possa essere considerato un giallo, dato che, secondo me, manca di quella componente che in un giallo considero fondamentale: la tensione investigativa, le macchinazioni di chi vuole nascondere la verità e le intuizioni di chi, invece, vuole scoprirla a tutti i costi.
La protagonista, Isabel, assiste nelle primissime righe del romanzo alla rovinosa caduta di un giovane uomo dal loggione del teatro in cui si trova. Il ragazzo muore e la nostra Isabel, che ragionerà di filosofia morale per tutto il libro, si sente in dovere di scoprire cosa sia successo esattamente e se si tratta di un incidente o piuttosto di un omicidio. La soluzione del mistero, però, viene spessissimo lasciata da parte per dare spazio alle riflessioni di Isabel, che è una filosofa e che dirige una rivista sull’etica. Il problema è che queste riflessioni mi sono spesso sembrate un po’ tirate per i capelli: la protagonista interrompe spesso le conversazioni con le persone per tirare in ballo Hume, Kant, Freud e via discorrendo. Capisco il fatto che sia una filosofa, ma questo ragionare dei sistemi elaborati dai grandi mi è sembrato un po’ forzato, e a volte sembra quasi che questi nomi e queste riflessioni siano messe lì per far sembrare la protagonista colta e raffinata e dalla mente aperta, ma non sempre raggiungono lo scopo, anzi: il più delle volte sembra una donna inacidita e piena di pregiudizi, che giudica le persone a volte anche solo dal loro aspetto (come fa con i ragazzi coi piercing), estremamente snob, e il suo atteggiamento non la rende affascinante al lettore, anzi, a volte mi è risultata estremamente fastidiosa, come quando esprime luoghi comuni vecchissimi e superatissimi sull’Italia e sugli italiani (spero mi perdonerete il momento di campanilismo).
Altra cosa che mi ha lasciata perplessa è il ruolo del Club dei filosofi dilettanti, che dà il titolo al romanzo: prima di iniziare a leggere immaginavo, e riconosco la mia completa e stupida ingenuità, che l’opera di investigazione fosse condotta dal club, ma non è così: il club viene nominato due-tre volte nel corso del romanzo, e non riveste alcuna importanza nemmeno per la protagonista, che pure l’ha fondato. In compenso, veniamo a contatto più spesso con gli articoli che Isabel riceve in quanto direttrice della "Rivista di etica applicata", ma anche qui, non hanno alcun ruolo all’interno del romanzo, se non quello di mostrarci la cultura di Isabel e spesso la sua spocchia.
In definitiva, il giallo in questo romanzo è proprio pallidissimo. E’ talmente sullo sfondo che a volte ci si dimentica che c’è, e quando poi si arriva alla soluzione, si ha una delusione tremenda. Isabel non riesce a suscitare simpatia, proprio perchè dà spesso l’impressione di mettersi su un piedistallo da cui giudica gli altri, nonostante non se ne renda conto. Abbiamo di fronte, come lei stessa si definisce, una zitella inacidita, e ci vorrebbe molta meno boria da parte sua per trovarla simpatica. E con me non funzionerebbe nemmeno, perchè la simpaticona detesta Kant e io invece lo adoro 🙂
Insomma, non è un romanzo bellissimo, ma nemmeno pessimo. Anche se svicola dal giallo tante volte, mi ha comunque attirato fino alla fine per capire cosa fosse successo al morto della prima pagina e cosa sarebbe successo ad altri personaggi. Ma sono rimasta piuttosto delusa dal finale, e in definitiva troppe cose non mi tornano. Non mi è chiaro per nulla il significato del titolo, per esempio, e non capisco lo scopo del club, che è praticamente inesistente; rimangono in sospeso di un paio di cose, ma questo è anche comprensibile, dato che c’è un secondo romanzo della serie. Come giallo lo boccerei; come introspezione del personaggio è comunque buona, anche se non è sempre piacevole. Insomma, si guadagna la sufficienza, ma nulla più, secondo me.


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